corso como

CORSO COMO

 

Buongiorno Signora, no, non mi conosce, o perlomeno non conosce la mia voce. Diciamo che sa che esisto e la notizia della mia esistenza ha sconvolto un po’ la sua…

 

Sì, ha capito bene, sono Lei, l’amante di suo marito, o meglio la ex, poiché suo marito ha scelto di restare con lei e la sua famiglia. Per carità, non le porto rancore, l’ho sempre saputo che sarebbe finita così, ma francamente me lo lasci dire, non credevo ci avrei sofferto così, tanto. No, no, per carità, non cerco comprensione da Lei, ci mancherebbe. Qui l’offesa è lei, che ha le carte, gli anelli, il nome sulla porta. Volevo solo dirle che la sofferenza non è mai da una parte sola e meglio sarebbe stato, almeno secondo me, se lei quel maledetto sms non lo avesse mai letto. Ognuno avrebbe continuato nella splendida finzione che offriamo di noi stessi agli altri senza dolori, urla, aut aut o figli spaventati. Eh, sì, ho un figlio anche io. No, non grande come il suo. Il Suo fa l’università, si sta per laureare e ha già pronto il lavoro. Come dice? Se voglio passare da lei per un te? Ma, sa non vorrei mettermi in una situazione che già di per sé è imbarazzante, ma se crede…  Del resto sono in XXV aprile faccio presto, anche se piove…

 

Stronza sono stronza quando voglio. Ma lui mi ha buttato nel cesso dopo cinque anni che diceva, ti amo con la voce roca di chi non sa, neanche si può godere così e che senza l’idea di me la sua vita con quella donna che dipendeva da lui anche per decidere cosa guardare alla sera sarebbe stata insopportabile. Poi mi molla per un sms non cancellato e con un sms. Pensavo che 5 anni meritassero di più, una telefonata, un  caffè o un magari proviamoci. Ma sai, la differenza tra noi è tanta, io ho 20 anni più di te, e poi dovrei ridurre il mio tenore di vita, c’è il ragazzo (il suo ovviamente) che non deve sapere nulla.  So che ora mi odierai, ma con il tempo recupererai i bei momenti del nostro rapporto. Un emerito cazzo. L’unica cosa che voglio ora è vendetta.

 

Tubino nero e fisico palestrato decollete tacco 10 due punti luce alle orecchie e una scollatura a fessura sul cuore, per dirti qui, stronza, qui, mi hai accoltellato, copri spalle nero, occhiale scuro capelli castani a scivolare sulla spalla, lisci, tesi, come lame. Sorriso d’ordinanza, labbra lucide a specchio.

 

Buongiorno, mi trovo di fronte una donna che fa pendant con la casa minimal chic. Vestita di cachemire in quei toni su marron/beige, come a dire non saprei mettere insieme altri colori, messa in piega da venerdì pomeriggio, da perfetta sciura milanese.

 

Mi offre un te verde ayurvedico e quasi si scusa dell’avermi provocato tanta sofferenza, ma ha una famiglia anche lei mi dice, capirà. Io sorrido, ma dentro di me non capisco, io lo amavo quello schifo di uomo, e ho cominciato ad amarlo quando per te era già vecchio, potevi lasciarmelo questi ultimi anni? No, la stronza racconta di come lei fosse così giovane quando si sono conosciuti, di come lui si occupasse di tutto, tutto le avesse insegnato, di come lei si sentisse persa senza il suo Sandro. Stronza, e parla con quella voce mista tra il pietire e il biascicare di quelle donne che ottengono tutto senza chiedere nulla, loro sono fragili, non possono reggere sofferenze, Loro sono POVERINE.

 

Il balcone è socchiuso. Comincio, sa, signora, il suo Sandro come sa bene è un uomo molto esigente. Non lo accontenta con un missionario, e se glielo prende in bocca e lo faccia spesso, pensi al suo gelato preferito, avvolga e assapori lentamente, vedrà che la panna sale e poi lei sa bene cosa vuole suo marito sempre, lì dove i bravi bambini non vogliono gli dico sempre io, ma  lui che con un filo di voce mi dice, io sono un cattivo bambino, io sono un cattivo bambino, io sono un cattivo bambino… e lì l’urlo è ferino.

 

E mentre io parlo, lei si alza e indietreggia, con movimenti meccanici, il viso impietrito, la porta finestra del balcone è socchiusa… un attimo.

 

E’ fragile, i cristalli non fanno rumore quando si rompono.

 

Faccio fatica a mantenere il passo svelto giù a corso como, cominciano i capannelli di gente, l’ambulanza, giù i dissuasori, frattanto arrivo alla metro, via i tacchi, dentro le sneaker, verso casa, il mio bambino, non mi hai voluta più stronzo, ma lei era troppo fragile, SI E’ ROTTA.

 

Pronto? Chi? Una casa di cura? No, vede signora, ma i miei godono ottima salute anche se acciaccati e sono a km da qui.

 

Un ricoverato le ha dato questo numero? Come si chiama? Sandro, come? Gli dica che arrivo.

 

Mentre facevo il percorso shakerata nel tram, pensavo ai tram che prendevo per andare al  suo ufficio. In ufficio non si fa nulla gli dicevo sempre, e poi, altrettanto sempre finivamo sul suo divano verde, a giocare al commendatore e alla segretaria. Pensavo a quando voleva che lo aiutassi a mettere a posto le carte dell’ufficio, che so, la prima nota e io li a smanettare o con lui o con il pc.

 

Sembrano passati secoli, sono solo pochi anni.

 

Entro di corsa, Una casa di cura, non un ospizio, la classe e i danè c’erano sempre stati, Mi informo dall’infermiera su come sta. E la signora dice che sta meglio di tanti altri, ma è la sua mente che soffre chiusa in quel corpo tremante, non riuscendo talvolta a comunicare quello che ha il testa.

 

Ciao Sandro. Ti ricordi? Gli si illuminano gli occhi, gli prendo le mani, stanno un po’ ferme,  ma si agitano le gambe. Allora ti ricordi della tua seconda scelta? Fa cenno di sì con la testa. Ti ricordi i nostri giri per Milano,a cercare dove sei nato, lo stesso giorno di tua mamma, a farmi vedere le strade dove c’erano le prostitute e tua mamma ti urlava che non dovevi andarci? Le vecchie osterie che conoscevi solo tu fuori dal giro turistico modaiolo. E ti ricordi quando a letto dopo l’amore mi dicevi che ero l’unica in grado di fermare il tuo tremore, quell’ansia mista a paura di morire che ti portavi dentro? Rimanevamo ore abbracciati, tu a dormire, io ad ascoltare il tuo respiro. Gli occhi si riempiono di lacrime e un rivolo di saliva scende dalla bocca. Maledizione, non ho mai i fazzoletti con me, vedi Sandro te li asciugo come con il mio bimbo quando era piccolo, e poi ci appoggio un bacio.

 

Gli occhi non sono cambiati. Curiosi e concupiscenti come allora anche se adesso è passato qualche anno. E tuo figlio viene a trovarti? Quando può, sempre così preso e solo di domenica, con la figlia anche lei signorinella immagino (quanto l’ho odiata quella bambina che me lo portava via 3 pomeriggi a settimana). Se vuoi posso tornare, no, non di domenica a parlarti di quando con i sogni ci costruivamo mattoncini per la nostra tana, il nostro rifugio, che fosse solo per noi. Distrutto dal soffio del lupo come la casa dei tre porcellini.

 

corso comoultima modifica: 2008-11-17T19:42:00+01:00da menoveleno
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